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Qualcuno potrebbe dirvi che le emissioni di CO2 in atmosfera sono diminuite perché le politiche adottate a livello europeo hanno funzionato. Purtroppo non è così. Stiamo assistendo a un leggerissimo decremento dell'inquinamento che è conseguente alla crisi in cui versano le economie europee (Germania ovviamente esclusa). Una decrescita infelice che non fa bene a nessuno, visto che il tessuto produttivo del Continente, e di riflesso quello sociale, stanno soffrendo da quasi un decennio. Il fiore all'occhiello dell'Europa per calmierare le tristemente famose emissioni di gas serra si chiama ETS. Ma non fatevi spaventare dalle sigle: la direttiva prevede che dal primo gennaio 2005, gli impianti dell'Unione europea con elevati volumi di emissioni non possano funzionare senza un'autorizzazione a emettere gas serra. Ogni impianto è quindi autorizzato a rilasciare una certa quantità di CO2 annua. Le aziende che ne emettono una quantità maggiore devono acquistare quote sul mercato. Quest'ultimo è alimentato da quegli impianti che sono riusciti ad avere un surplus razionalizzando e diminuendo i consumi. Il prezzo delle quote viene quindi determinato dal numero di permessi disponibili seguendo la semplice regola della domanda e dell'offerta. Tutto a posto, niente in ordine, perché il sistema ETS non ha mai funzionato per fare ciò per cui è stato creato: tutelare l'ambiente.

COSA NON FUNZIONA?
Un'azienda che ha deciso di non fare investimenti in sostenibilità potrà sempre comprare quote di CO2, ma il prezzo fissato dal mercato dovrebbe scoraggiare una simile pratica. Sta tutto qui il gioco. Diminuendo l'offerta dei certificati di emissione di carbonio, per le industrie aumenta così il costo delle emissioni. Il sistema ETS vorrebbe quindi applicare uno strumento di mercato per migliorare la condizione ambientale e combattere il cambiamento climatico. Purtroppo, però, quando c'è di mezzo il mercato entra in gioco la più classica e anacronistica dinamica speculativa, che dal 2005 ad oggi non ha fatto in modo che si sviluppassero le giuste condizioni per investire in tecnologie verdi a minore emissione di CO2. La toppa si chiama riserva di mercato che potrà essere approvato o meno nel corso della prossima settimana di plenaria a Strasburgo. Ma si tratta comunque di un altro sistema che (se avete letto qui) è già abbondantemente superato.

FATTA LA LEGGE, TROVATO L'INGANNO
Oltre a sbagliare l'approccio, il sistema ETS ha permesso solo negli ultimi anni innumerevoli frodi. Le più diffuse vengono creativamente chiamate "Frodi carosello" e si basano su un complicato meccanismo di vendite internazionali effettuate in modo sfruttare le diverse aliquote IVA applicate ai crediti scambiati tra Paesi dell'Unione Europea facendone intascare una parte a società fittizie che subito dopo la transazione chiudono i battenti. Un sistema non troppo lontano dai metodi impiegati dagli evasori fiscali internazionali (leggasi caso lussemburghese). Stiamo parlando di un mercato, quello dei crediti di emissione che vale circa 90 miliardi, e di truffe per 5 miliardi tra il 2009 ed il 2012 di cui 500 milioni solo in Italia. Sempre in Italia nel 2014 é stata scoperta una truffa sui crediti di emissione per oltre 1 miliardo di euro finito nelle tasche di un uomo d'affari anglo-pakistano sospettato di essere affiliato ad Al Qaeda.

IL DISTACCO DALLA REALTA'
Quello che sorprende, dopo un anno di lavoro al Parlamento Europeo, è la totale mancanza di collegamento alla realtà da parte dei maggiori gruppi politici. La scusa con cui si tenta di difendere il sistema ETS, che ha già fallito, è la necessità di raggiungere un compromesso tra la tutela dell'industria e la conservazione della stabilità climatica. Stiamo parlando di un errore antropologico di proporzioni mastodontiche. No, non vogliamo fare né i disfattisti né gli allarmisti. Il compromesso, se così vogliamo chiamarlo, doveva essere raggiunto 20 anni fa. Ora è il momento di fare scelte decise, che smontano dalla radice l'attuale sistema. Senza ambiente non ci può essere industria, né agricoltura. Il Movimento 5 Stelle sta lottando per introdurre un approccio olistico alla realtà. È una battaglia faticosa, che parte dallo sforzo d'informare i cittadini.

IL CONVEGNO
Il primo luglio, al Parlamento Europeo, la portavoce del M5S Eleonora Evi ha riunito esperti del settore che si sono confrontati sull'argomento, proponendo soluzioni alternative. Quella che ha suscitato più interesse è stata presentata da Agime Gerbeti, autrice del libro "CO2 nei beni e competitività industriale europea", che ha proposto d'intervenire sull'IVA dei beni applicando aliquote direttamente proporzionali al contenuto di carbonio dei beni, ovvero quanta CO2 è stata emessa per produrli. Il vantaggio di un simile approccio è multiplo: consentirebbe di essere applicato unilateralmente dall'UE indipendentemente dall'esito dei negoziati sui cambiamenti climatici di Parigi; si applicherebbe tanto ai beni prodotti in UE quanto a quelli importati, ristabilendo così le necessarie condizioni di competitività delle produzioni comunitarie con le importazioni di beni da Paesi privi di vincoli ambientali. Sarebbe compatibile con le regole del commercio internazionale, non prestandosi pertanto ad interventi da parte dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e, infine, garantirebbe che i proventi finiscano nelle casse dei Paesi membri invece che nei grassi conti di broker finanziari, banche, fondi di investimento e assicurazioni.

Eccovi la registrazione integrale, guardate e diffondete!

Questi, invece, i commenti dei vostri portavoce al termine del dibattito.

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