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Il 23 giugno sarà una data cruciale per l'Europa. Si terrà il referendum inglese che potrebbe definitivamente cambiare l'assetto dell'Unione per i decenni a venire. La Gran Bretagna non ha mai adottato l'Euro e nonostante questo si sente strettissima tra le fitte maglie della Commissione Juncker dei non eletti, che legifera con un'inaccettabile mandato sovranazionale. La Gran Bretagna è convintissima di potercela fare da sola, con la sua sterlina, stringendo accordi bilaterali con tedeschi, francesi e col resto dell'Europa. Insomma, rimpossessandosi in toto delle prerogative di uno Stato nazionale. Ne abbiamo parlato col deputato dello Ukip e membro dell'EFDD Paul Nuttall, buona lettura.

Jonathan Hill ha dichiarato che se il Regno Unito uscisse dall'Europa verrebbero adottate barriere commerciali e l'economia, l'occupazione e la crescita ne risentirebbero. È vero?
"No, non è vero. Prendendo in considerazione i dati economici relativi all'ultimo trimestre, soltanto in quel periodo la Gran Bretagna ha accumulato con l'Unione Europea un disavanzo commerciale da 24 miliardi di sterline: ciò significa che loro hanno bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di loro, sotto vari aspetti. Inoltre, ha creduto veramente per un solo istante che i produttori di automobili tedeschi o gli agricoltori francesi per i quali, tra l'altro, al di fuori dall'UE la Gran Bretagna rappresenta il mercato più importante, pensa che permetterebbero ai loro governi di combattere una guerra commerciale con la Gran Bretagna? Ovviamente no, ci sarebbe un accordo di libero scambio sul tavolo che sarebbe positivo sia per noi sia per l'Unione Europea".

Perché Cameron ha indetto un referendum?
"Perché è stato costretto. Perché vi è stata un'enorme crescita dello UKIP nel 2012 e agli inizi del 2013 e quindi ha pensato che avrebbe potuto zittire lo UKIP, o negare i progressi dello UKIP indicendo un referendum, cosa che non è accaduta. Siamo andati avanti e abbiamo vinto le elezioni europee l'anno seguente, e ovviamente ora Cameron è costretto a indire un referendum che non avrebbe mai voluto".

Cosa accadrà con la vittoria del "Leave" per l'uscita?
"Se vincerà il "Leave" ovviamente inizierà un periodo di due anni in cui si farà appello all'articolo 50 del Trattato di Lisbona e successivamente rinegozieremo la nostra posizione all'esterno dell'Unione Europea. Questo garantirà una Gran Bretagna più democratica, in quanto le leggi in Gran Bretagna saranno scritte da cittadini britannici. Non dovremo più consegnare 55 milioni di sterline al giorno a questa organizzazione. Non dimentichiamoci che questa è la stessa Unione Europea che non ha dovuto approvare il budget per 20 anni, e ovviamente uscendo saremo in grado di controllare i nostri confini in quanto con le regole sulla libertà di circolazione delle persone non possiamo stabilire chi proviene dall'Unione Europea e chi no, ma uscendo potremo avere un sistema come quello australiano in cui potremo distinguere le persone di cui abbiamo bisogno da quelle di cui non abbiamo bisogno".

Cameron dovrebbe dimettersi in caso di sconfitta?
"Si, penso che dovrebbe andarsene in caso di sconfitta. E penso che dovrebbe andarsene anche in caso di vittoria, perché ha perso il controllo del suo stesso partito e crediamo che vi siano probabilmente circa 40 parlamentari membri del Partito Conservatore che appoggerebbero la campagna per l'uscita. Si tratta in realtà della metà del partito presente in parlamento, con circa 150 parlamentari che hanno dichiarato che la Gran Bretagna starebbe meglio se uscisse, quindi è chiaro che il sig. Cameron non gode del pieno sostegno del suo stesso partito".

Quali sono gli aspetti sui quali Cameron ha negoziato con l'UE fino a oggi?
"Ha avviato una rinegoziazione che, francamente non è servita a nulla. Non ha chiesto niente e non ha ottenuto niente. Presumo che l'unica cosa che può dire di avere ottenuto è un impegno per mettere un freno agli in-work benefits (sussidi monetari o deduzioni fiscali che possono essere parzialmente goduti anche in presenza di un lavoro, n.d.r.) per i migranti entro il 2020. Il problema è che è la sua seconda legislatura e il Parlamento europeo può esprimere voto contrario dopo il referendum, quindi in realtà non ha ottenuto proprio niente".

Che cosa manca all'Europa?
"Beh, vi è una carenza di democrazia in Europa, è abbastanza evidente in quanto oltre la metà delle leggi nel mio paese, e sospetto oltre la metà delle leggi nel Suo paese, sono scritte non a Roma o a Londra, sono scritte a Bruxelles. E non sono scritte dal Parlamento europeo e dai parlamentari europei. No, vengono redatte a circa un miglio di distanza da qui, in un edificio chiamato Berlaymont building e in quell'edificio 28 commissari europei, non eletti, si incontrano in segreto e scrivono le leggi. Mi dispiace, ma questa non è democrazia, tutt'altro".

Ci ha spiegato quello che succederà al Regno Unito se il "Leave" vincerà, ma cosa succederà all'Europa dopo il referendum?
"Se la Gran Bretagna voterà per uscire, allora certamente negozieremo la nostra uscita e sigleremo un accordo di libero scambio con l'Unione Europea e poi dipenderà dagli altri Stati membri, da quello che faranno, e io penso che se si considerano i sondaggi realizzati in Olanda e in Danimarca, ci potranno essere diversi paesi che seguiranno la nostra strada, ma penso che, se la Gran Bretagna voterà per uscire, questo le garantirà un grande successo, perché sarà nuovamente in grado di commerciare a livello globale e di siglare i propri accordi di libero scambio, di riallacciarsi ai mercati ai quali abbiamo voltato le spalle negli anni '70 e penso che rappresenteremo un faro di luce per il resto dell'Europa nel dire: "Hey, possiamo esistere e prosperare all'esterno di questa Unione Europea e altri paesi potrebbero seguire la nostra direzione".

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