Ttip, Bruxelles ha paura

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Dopo le rivelazioni del TTIP Leaks e le manifestazioni anti-trattato che si sono tenute in diverse piazze europee, la Commissione Europea inizia a tremare, e manda in campo i suoi pezzi grossi. Durante il summit che si terrà il 28 e il 29 giugno, infatti, Juncker in persona chiederà ai 28 Capi di Stato di confermare il loro appoggio unanime al TTIP, sostegno che, almeno a parole, sembra essere stato messo in dubbio soprattutto dalla Francia, che per bocca di Hollande si è detta molto scettica sulla bontà dell'accordo.

Capiremo presto se il governo francese ha la reale intenzione di mantenere la linea dura, o se invece si sta trincerando dietro semplici dichiarazioni di facciata, ma quel che è certo è che la ricerca spasmodica da parte della Commissione di una nuova approvazione per il mandato negoziale è un chiaro segnale di debolezza! (Tiziana Beghin)


Ecco i fatti ricostruiti dal quotidiano francese Le Monde nell'articolo pubblicato il 1 giugno 2016 e qui tradotto.

La Commissione europea vuole mettere i 28 governi dei Paesi dell'Unione europea davanti alle loro responsabilità. Sperano di proseguire i negoziati del famoso TTIP, il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, o no? E se sì, sono pronti a consolidare il mandato negoziale che gli hanno affidato nella primavera del 2013? Martedì 31 maggio, Daniel Rosario, un portavoce della Commissione, ha precisato che "al vertice europeo di giugno (previsto il 28 e 29 giugno, a Bruxelles), il presidente Jean-Claude Juncker chiederà ai dirigenti dell'UE di riconfermare il mandato della Commissione per questi negoziati". E chiederà inoltre: "di andare nella stessa direzione".

L'obiettivo di questo voto di fiducia è quello di mettere fine alle voci discordanti che compromettono la credibilità dell'Istituzione, e quindi la posizione del negoziatore dell'Unione davanti a una amministrazione americana poco incline a fare delle concessioni agli europei, che sperano di ottenere un accesso facilitato ai mercati pubblici americani e un migliore riconoscimento della denominazione d'origine protetta.

A Bruxelles, sono rimasti in pochi a credere alla possibilità di un accordo definitivo con l'amministrazione Obama prima delle prossime elezioni americane. Ma pervenire a un accordo di libero scambio, inedito per la sua ampiezza, con il primo partner commerciale europeo resta una priorità per la Commissione Juncker e per Angela Merkel. Idem per i Paesi tradizionalmente favorevoli al libero scambio: l'Olanda, i Paesi del Nord Europa, il Regno Unito.

Un quattordicesimo round negoziale è già previsto a luglio e l'Europa deve arrivare unita al tavolo dei negoziati per sperare di ottenere dagli americani delle concessioni. E, perché no, arrivare a un accordo politico, a grandi linee, prima della fine del 2016. Cecilia Malmström, il Commissario al commercio, deve incontrare Michael Froman, il capo negoziatore americano, in Svezia lunedì sera, per la quinta o sesta volta dall'inizio dell'anno, una prova ulteriore della volontà europea di concludere l'accordo.

All'inizio di maggio, subito dopo la pubblicazione dei documenti negoziali divulgati dall'ONG Greenpeace, François Hollande aveva detto: "no, a questo punto" al Tafta (l'acronimo di Ttip in francese). A metà aprile aveva già sollevato questo argomento sul quale, negli ultimi anni, era rimasto molto discreto. Ma non era mai successo che il Presidente francese fosse così chiaro. Il 27 maggio, ha nuovamente sottolineato che Washington doveva "andare molto più lontano" affinché il Trattato possa essere concluso.

Il 28 maggio, è Sigmar Gabriel, presidente del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) e partner di coalizione du Angela Merkel come ministro dell'Economia, a dire la sua. All'indomani del G7 in Giappone, nel corso del quale la Cancelliera ha di nuovo caldeggiato una conclusione rapida dell'accordo, ha sostenuto che la Merkel "ha sbagliato nel dire, nell'euforia della visita di Obama in Germania, che potremmo chiudere a tutti i costi i negoziati quest'anno, e nel ripeterlo proprio adesso". Gabriel pensa che ciò rischierebbe di portare un cattivo accordo e ha precisato che il suo partito "non vuole contribuire a un brutto accordo". In particolare ce l'ha con i tribunali di arbitraggio "non trasparenti" verso i quali potrebbero rivolgersi le imprese per risolvere un conflitto con uno Stato.

È in Germania che il dibattito è più forte. In questo Paese che non sa che fare del suo surplus commerciale record, il libero scambio è stato da molto tempo percepito come il miglior mezzo per assicurare il successo del "Made in Germany". Tuttavia, con grande sorpresa generale, i tedeschi figurano tra i più freddi davanti al TTIP. Perché fare delle nuove concessioni agli americani che potrebbero nuocere alla salute del tedeschi - costretti domani a importare per esempio il pollo al cloro - mentre le imprese tedesche soddisfano molto bene la situazione esistente? Il dibattito infiamma l'opinione pubblica e meno del 20% dei tedeschi è favorevole all'accordo del TTIP.

È da parecchi mesi che a Bruxelles le fonti europee deplorano in silenzio l'ambiguità, o almeno la mancanza di sostegno politico, di alcuni governi dell'UE, che sono riluttanti a impegnarsi troppo in favore di un accordo denunciato con forza da numerose ONG e di partiti di sinistra (ma anche dai partiti populisti di destra, fra i quale il Front National in Francia). Gli anti-TTIP mettono in guardia sui rischi che l'accordo farebbe correre ai servizi pubblici europei o alla protezione dei consumatori. La messa a punto del Presidente Juncker, lunedì, arriva in un momento in cui non è solamente il TTIP, ma tutta la politica di libero scambio dell'Unione ad essere in pericolo, con una parte sempre più importate di europei che sconfessano ciò che considerano come il culmine della globalizzazione del liberalismo. Fra gli accordi in pericolo c'è il CETA ,siglato fra i 28 Stati membri e il Canada nel 2014.

La Commissione deve prendere una decisione da qui all'inizio di luglio se proporre (o no) la ratifica della CETA ai Parlamenti dei 28 Stati membri. A livello interno, i funzionari sono molto preoccupati sulle possibilità che questo accordo possa ottenere l'unanimità necessaria. Da qualche mese la Commissione è attaccata con forza dagli anti-TTIP che hanno capito che silurando il CETA affonderebbero tutti gli altri negoziati... "Se il CETA cade, non ci si potrà più impegnare in nessuna discussione, più nessuno prenderà l'UE seriamente", confida un fonte diplomatica (articolo pubblicato sul quotidiano Le Monde il 1 giugno 2016).

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