Il vaso di Pandora del #Dieselgate: Tajani mente

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Il cammino per fare luce sul caso Volkswagen e il conseguente mostruoso abuso delle emissioni inquinanti è frastagliato di menzogne. Ieri, il vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani è stato audito nel corso della commissione EMIS, che ha il compito di fare luce sull'accaduto.

Antonio Tajani ricevette una lettera scritta nero su bianco dall'allora commissario all'ambiente Janez Potocnik, ai tempi in cui era commissario europeo prima ai trasporti e poi all'industria (nonché uno dei tanti "braccio destro" di Silvio Berlusconi). In questa missiva si sottolineava una significativa discrepanza in termini di emissioni tra i risultati dei test delle case automobilistiche e le prove vere, quelle su strada. Una discrepanza che è la ragione principale per la quale gli standard di qualità dell'aria non scendono verso i valori indicati. In altre parole, ammettere la truffa significa ammettere il sicuro coinvolgimento del più grande gruppo politico europeo e, indirettamente, dell'intero legislativo comunitario.

Coinvolgimento che, tra le altre cose, è emerso quando il PPE (il più grande gruppo politico del Parlamento Europeo, di cui fa parte Forza Italia e quindi Tajani) ha cercato lo scorso ottobre - nel pieno caos mediatico - di boicottare la mozione di risoluzione sulle emissioni, privandola di alcune componenti fondamentali.

Solo ieri, però, si è davvero toccato il fondo. Tajani ha infatti detto due assurdità: "La Commissione non è responsabile per la condotta di singole imprese all'interno degli Stati membri: sono i Governi a dover garantire che le normative comunitarie siano rispettate. In base alle regole sul funzionamento della Ue, l'esecutivo può avviare procedure d'infrazione contro i paesi e non contro le imprese". Questo è profondamente falso, perché stiamo parlando di un regolamento (direttamente applicabile) e non di una direttiva, pensate che il vicepresidente del PE non lo sappia? Il regolamento si rivolge anche a soggetti privati come le imprese. E, dato che la Commissione europea sapeva delle discrepanze rilevate tra il laboratorio ed il "mondo relate", avrebbe dovuto aprire indagini e infrazioni sull'attuazione del regolamento. Naturalmente non è stato fatto per non rompere il giocattolo alle lobby automobilistica e agli Stati membri.

E poi ha continuato farneticando che "erano gli Stati che ci dovevano avvisare, ma nessuno ha mai portato prove o indizi circa l'utilizzo di dispositivi per modificare i livelli di emissione". Le domande che gli sono state rivolte riguardavano non solo la presenza dei Defeat Devices (i famosi software per truccare le emissioni), che sono illegali, ma soprattutto le numerose strategie messe in atto dai costruttori di auto per superare il test in laboratorio. Su questo Tajani ha fatto finta di non sapere nulla, mentre il suo collega ed ex commissario all'ambiente Potocnick, ha chiaramente affermato che il problema principale è il modo con cui si fanno le omologazioni, pieno di falle e di ampi margini di manovra per inficiare i risultati. Il tutto anche senza la presenza dei software incriminati. Insomma, il vaso di Pandora è aperto, vedremo cosa ne uscirà ancora nei prossimi mesi.

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