L'egoismo tedesco sta affossando l'Europa

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Analisi economica tratta da Respolitica.it

Un vecchio detto dice che se il gallo canta quando non è l'alba, il tempo peggiora. E di galli che cantano quando dell'alba non c'è traccia, in questi anni ne abbiamo uditi molti. Negli anni della "grande euforia", l'opinione dominate, condivisa dalle élites politiche e finanziarie globali, era che il sistema economico si fosse ormai avviato a un periodo di crescita, stabilità e prosperità fondato su due pilastri: la liberalizzazione dei mercati finanziari (anche grazie all'invenzione di strumenti di ingegneria finanziaria che avrebbero "polverizzato" il rischio) e una politica monetaria orientata esclusivamente a mantenere bassa inflazione e bassi tassi d'interesse.

Il convincimento delle autorità monetarie, apertamente influenzate sia in Europa che negli Stati Uniti dalla teoria monetarista di Milton Friedman (quella per cui lo Stato non dovrebbe gestire la politica macroeconomica in funzione anti-ciclica, ma lasciare alla "credibilità" delle autorità di politica monetaria il compito di creare, attraverso il mantenimento di bassa inflazione, le condizione per una perfetta allocazione delle risorse e l'ottimale funzionamento dei mercati), era rafforzato, e in parte rifletteva, il grande consenso del settore finanziario verso politiche che, di fatto, tutelavano i suoi interessi (la bassa inflazione impedisce infatti l'erosione del valore reale dei crediti), al punto che l'economista Joseph Stiglitz ha parlato di "cognitive capture" delle autorità di politica monetaria da parte del sistema finanziario.

Com'è noto, però, i bassi tassi d'interesse della Federal Reserve (e la crescente diseguaglianza sociale dovuta alla graduale comprensione dei salari) favorivano negli Stati Uniti la bolla del credito, con la quale si sostenevano i consumi nonostante la compressione dei redditi da lavoro (erosi nonostante gli aumenti di produttività nel frattempo intervenuti), favorendo la crescita dell'indebitamento privato.

Fu Paul Krugman, in anni non sospetti, a denunciare come il mix esplosivo di queste circostanza, favorite dalle politiche della FED, avrebbe creato una bolla che sarebbe scoppiata quando la stessa FED - troppo tardi - avrebbe alzato i tassi d'interesse, provocando non solo il crollo del prezzo degli asset che alimentavano una tale crescita fondata sul debito e sulla deregolamentazione dei mercati finanziari, ma anche il collasso del sistema bancario e, in ultima istanza, del sistema economico.

Ciò che era prevedibile, e fu previsto, inevitabilmente accadde. L'esplosione della bolla si accompagnò a un impressionante aumento della disoccupazione, a un crollo del commercio internazionale e - in definitiva - a un ulteriore peggioramento della diseguaglianza, avviando l'economia lungo una spirale recessiva dovuta al crollo della domanda e dei prezzi.

L'analisi di Krugman - tristemente confermata dalla storia - si fondava su una visione in senso lato keynesiana dell'economia politica, in base alla quale il ruolo dello Stato nell'economia, lungi dall'essere indesiderabile, risulta invece decisivo per il suo buon funzionamento, impedendo che i mercati lasciati a se stessi e in balia degli "spiriti animali", di cui gli investitori speculativi sono l'incarnazione, conducano l'economia nel baratro di crisi devastanti, con costi sociali e umani altissimi. In questa prospettiva, il governo dell'economia non può essere ridotto alla meccanica, e in gran parte tecnicistica, gestione dell'inflazione attraverso le leve della politica monetaria, ma deve tener conto di altri fattori altrettanto se non più importanti, come l'obiettivo della piena occupazione e quella di una crescita economica equilibrata.

Porsi come obiettivo esclusivamente la stabilità dei prezzi, come accade in particolare nel caso della Banca Centrale Europea, significa perdere di vista il quadro più generale costituito dal benessere e dalla prosperità di una comunità politica nel suo complesso. È un'illusione quella per cui vi sarebbe un tasso d'inflazione ottimale, un'illusione che tende a nascondere il conflitto distributivo tra capitale e lavoro: come suggerisce la curva di Phillips, infatti, vi è un trade-off tra disoccupazione e inflazione, nel senso che una diminuzione di quest'ultima si accompagnerà tendenzialmente a un aumento della prima.

Senza voler entrare qui nel dettaglio di questo trade-off (che pure è fondamentale per capire perché le banche centrali e il sistema finanziario abbiano per anni sventolato lo spauracchio dell'inflazione) e dei presupposti del monetarismo, peraltro smentiti dall'esperienza e dalle nuove teorie dell'economia comportamentale, possiamo limitarci a notare come la crisi, l'altissimo livello di disoccupazione e la caduta dei prezzi (deflazione) abbiano indicato chiaramente come i mercati di per sé non tendano affatto all'equilibrio economico e che quindi un intervento dello Stato, volto a sostenere la domanda aggregata, si profili come necessario, specie in un contesto recessivo come quello in cui ci troviamo.

Come si lega questo discorso generale con le difficoltà di ripresa dell'Italia? Da un punto di vista tecnico, è sempre l'approccio teorico di Krugman, condiviso da molti insigni economisti, a rappresentare un formidabile strumento interpretativo. Ma occorre precisare immeditamente che le ragioni della difficoltà di ripresa del nostro Paese non possono essere separate dalla nostra appartenenza a quel dubbio esperimento politico chiamato unione monetaria: tutti sanno che l'Euro è in crisi, e che le nostre difficoltà sono legate alla crisi dell'Euro. Ma perché l'Euro è in crisi?

A sentire giornalisti e politici, perché i paesi del sud avrebbero debiti pubblici troppo alti: tagliamo il debito, riduciamo cioè la spesa pubblica, tagliamo il costo del lavoro, vendiamo qualche gioiello di famiglia e torneremo tutti a crescere. A questa favoletta non crede più neanche Draghi, che forse non ci ha mai creduto. La radice dei problemi dell'euro-zona è infatti di natura politica, e solo secondariamente tecnico-economica: all'origine dei problemi dell'eurozona vi è un nodo politico, ovvero l'insolubile contraddizione tra l'esistenza di una unione monetaria e la mancanza di quei vincoli di solidarietà che, soli, potrebbero permettere la sostenibilità politica di una tale unione. In breve, non esistono (come proprio la crisi ha mostrato) le pre-condizioni politiche che potrebbero, in teoria, rendere fattibile e sostenibile un progetto di unione monetaria.

Ma scendiamo nel dettaglio: tecnicamente, l'origine della crisi di cui continuiamo a sperimentare gli effetti risiede - anche in Europa - in un eccesso di debito privato (non pubblico!), reso possibile dal basso costo del denaro e dalla scomparsa del rischio di svalutazione in seguito all'introduzione dell'euro. Come acqua lungo un piano inclinato, i capitali finanziari sono defluiti dal centro (nord-Europa) alla periferia (Grecia), dove le possibilità di investimento erano maggiori e i tassi di interesse offerti erano leggermente superiori. La scomparsa del rischio svalutazione (dovuto alla scomparsa delle valute nazionali e all'introduzione di una moneta unica) ha spinto però i mercati finanziari, convinti che il rischio fosse scomparso tout court, ad allocare male il credito, lasciando che i tassi di interesse rimanessero bassi anche a fronte di livelli di indebitamento sempre più fuori controllo, creando così una bolla analoga a quella verificatasi in America.

Soprattutto, la scomparsa dei tassi di cambio (dovuta alla scomparsa delle monete nazionali) ha eliminato un meccanismo di mercato fondamentale per frenare gli squilibri macroeconomici tra i paesi: quello per cui eccessi di domanda di beni esteri vengono riequilibrati mediante il "naturale" apprezzamento della valuta estera, impedendo che le divergenze tra i paesi si trasformino in un baratro inattraversabile. Essendo saltato l'unico strumento che permetteva di riequilibrare le competitività tra paesi diversi, l'aumento degli squilibri macroeconomici si traduce in una inarrestabile perdita di competitività dei paesi con deficit della bilancia dei pagamenti, a cui si è cercato di far fronte con ulteriori tagli del costo del lavoro. Ma con quali effetti? Evidentemente catastrofici: la riduzione di salari e pensioni ha diminuito ulteriormente il reddito disponibile e dunque i consumi, in parte frenando il deficit nella bilancia dei pagamenti (perché chi ha pochi soldi importa anche meno beni dall'estero), ma al prezzo di produrre una inevitabile e, come i dati ISTAT confermano, inguaribile contrazione del PIL, che non può crescere se le sue componenti, produzione e domanda, si riducono. Senza contare la scommessa fallimentare di un'economia che, cercando la competitività nella riduzione del costo del lavoro, anziché negli investimenti sul lavoro, si orienta verso un modello di capitalismo incapace per definizione di produrre beni ad alto valore aggiunto, quelli di cui si nutre l'export tedesco, e destinato a rendere l'Italia un nuovo Bangladesh.

Il terzo elemento che ha posto le precondizioni per il verificarsi della crisi della "sostenibilità" del debito sovrano (ovvero del debito di alcuni paesi del sud Europa) è stata una Banca Centrale Europea (BCE) impossibilitata ad acquistare sul mercato primario i titoli del debito dei paesi dell'eurozona (una impossibilità, o meglio un divieto, che riflette il dogma liberista della cosiddetta "indipendenza della banca centrale" quale garanzia contro "l'inconsistenza temporale della politica monetaria", dogma già pienamente operante nel divorzio consumato, anni prima dell'introduzione dell'euro, tra la Banca d'Italia il Tesoro), con effetti particolarmente deleteri per gli stati in caso di shock asimmetrico.

Quando infatti la bolla del credito è scoppiata anche in Europa (per contagio americano), gli stati europei sono intervenuti a saldare il conto degli errori degli istituti di credito privati nord-europei, salvo poi essere "puniti" dai mercati stessi per l'alto debito pubblico conseguente a tale intervento. Gli altissimi tassi d'interesse che i paesi più fragili dell'Eurozona si sono trovati così a dover pagare per far fronte al proprio fabbisogno hanno poi generato un effettivo peggioramento dei conti pubblici in concomitanza con una forte recessione e contrazione del PIL.

Ed è qui che la mancanza di solidarietà in seno all'Unione europea è emersa con drammatica chiarezza: invece di essere aiutati a rilanciare le loro economie, mediante investimenti pubblici strategici e un rilancio dei consumi, questi paesi sono stati costretti a varare "riforme strutturali" altamente depressive e, come oggi è ormai largamente riconosciuto, pro-cicliche: la riduzione dei salari, delle pensioni, della spesa pubblica (subdolamente e ipocritamente presentata all'opinione pubblica come causa della crisi) e degli investimenti ha rafforzato la contrazione della domanda aggregata e del PIL, rendendo vani (e, come la Greci dimostra, del tutto controproducenti) i tentativi di riduzione del rapporto deficit/PIL.

La grande politica monetaria espansiva (nota come "Quantitative Easing") promossa da Draghi non ha potuto rianimare l'economia europea, giacché il problema non è tanto l'offerta di moneta, di cui le banche hanno fatto principalmente uso per fini speculativi, quanto la mancanza di domanda totale: e in trappola della liquidità, quando cioè i tassi di interesse sono già prossimi allo zero, la politica monetaria da sola non può far nulla per rilanciare domanda e consumi.

A peggiorare le cose, a livello europeo sono stati varati ulteriori Trattati (il "Fiscal Compact") che hanno imposto agli stati ratificanti l'obiettivo della parità di bilancio (strutturale) e la drastica riduzione del debito (sotto la soglia del 60% del PIL).

Se volessimo chiederci perché proprio queste politiche siano state adottate a livello europeo (politiche che tra l'altro condizionano l'accesso a fondi europei di salvataggio o di emergenza agli obblighi sopra ricordati), si può facilmente intuire che la ragione è politica: i paese creditori (es. Germania), perseguendo l'obiettivo della riduzione della spesa pubblica nei paesi in difficoltà (es. Grecia), vogliono assicurarsi che la quota dei loro eventuali crediti, qualsiasi cosa accada, possa essere rimborsata, non avvedendosi che tali imposizioni non solo non favoriscono la ripresa del paese, ma alla lunga pregiudicano la stessa solvibilità dei debiti (spingendo il paese a una contrazione che terminerà nell'implosione sociale, prima che economica).

I motivi che si celano dietro le difficoltà di ripresa dell'economia italiana sono quindi molteplici, ma tutti riconducibili all'indisponibilità politica dei paese con grandi surplus nella bilancia dei pagamenti (leggi Germania) a intervenire, mediante la riallocazione di risorse fiscali, in favore dei paesi in deficit che, impossibilitati a controllare la moneta in cui è emesso il loro debito, sono costretti a finanziarsi sui mercati finanziari, alla mercé degli "animal spirits" di keynesiana memoria o a ricorrere a titoli di debito - come i fondi "salva-stati" europei - emessi a fronte dell'obbligo di riduzione della spesa e del debito (e della completa perdita di sovranità economica).

Si tratta di ricette, come ricordato, altamente recessive che vanno nella direzione opposta a quella che economisti come Krugman da anni indicano: e cioè una politica fiscale espansiva che permetta la ripresa economica e il necessario ripristino dal lato della domanda, con politiche che investano sul lavoro ben retribuito e sull'innovazione, al contempo istituendo meccanismi che, nell'area euro, frenino efficacemente gli squilibri macroeconomici tra i paesi europei. Solo infatti tali meccanismi potrebbero impedire che un'espansione fiscale non si traduca in un ulteriore peggioramento della bilancia dei pagamenti dei paesi del sud Europa.

La domanda da cento milioni di dollari è però questa: è possibile immaginare di frenare gli squilibri macroeconomici in seno all'euro-zona, di rilanciare la domanda e così rianimare le agonizzanti e stagnanti economie del sud Europa senza abbandonare il grande Credo politico-economico degli ultimi vent'anni, ovvero l'Euro? In altre parole: è possibile, nel contesto concreto dei rapporti di forza esistenti tra gli stati europei, invertite davvero la rotta e uscire dalla stagnazione in cui sembra essersi risolta la recessione senza aver prima recuperato piena sovranità monetaria e senza aver prima annullato il singolare divorzio, celebrato nel 1981 da Beniamino Andreatta, tra Banca Centrale e Ministero del Tesoro?

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