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intervista a Joseph Stiglitz, tradotta dal quotidiano tedesco Die Welt (di Tobias Kaiser)

Il premio Nobel Joseph Stiglitz è da anni uno dei principali critici dell'Eurozona, tuttavia il fatto di essere, per questo motivo, corteggiato dall'ala destra di Marine Le Pen gli fa paura. Perché ritiene che l'Eurozona sia riformabile. O no?

Tra dieci anni avremo ancora l'Eurozona?
"Probabilmente tra dieci anni ci sarà ancora l'Eurozona, ma la domanda è: come sarà? È tuttavia estremamente inverosimile che abbia ancora 19 membri, o addirittura di più".

Quali paesi faranno parte dell'unione monetaria?
"È difficile fare previsioni su chi ne farà parte, è più facile ipotizzare chi non ne farà più parte. In Germania, l'opinione pubblica ha già accettato il fatto che la Grecia dovrà lasciare l'Eurozona, e che non ci siano alternative".

Ritiene che l'Italia continuerà a farne parte?
"Quando mi confronto con gli italiani, percepisco la loro crescente delusione per l'euro. Vi è un ampio fronte di studiosi e leader politici che sono frustrati e delusi dall'unione monetaria. Gli italiani sanno che il loro paese non funziona all'interno dell'euro. Dal punto di vista emotivo, questa consapevolezza è davvero pesante, e gli italiani ci hanno messo molto ad accettarla".

Lei ritiene che l'Eurozona non sia nemmeno più riformabile.
"Ah, proposte di riforma per l'Eurozona ve ne sono già da anni, e la politica afferma sempre di essere pronta ad attuarle. Temo, però, che il momento in cui dovranno effettivamente essere attuate sarà una sorta di epifania, gli Stati si rifiuteranno e l'euro sarà fallito".

Lei condivide questa opinione con economisti di idee politiche diametralmente opposte; con Hans-Werner Sinn, ad esempio.
"Esatto. Litigo da anni con lui e non trovo particolarmente entusiasmante il fatto di arrivare a questo punto. Siamo concordi sul fatto che l'Eurozona, nella sua forma attuale e senza riforme, non abbia futuro. La differenza fondamentale è tuttavia che gli altri economisti sono contrari ad altre riforme e percepiscono le mie affermazioni addirittura come una conferma della loro posizione. Io però sono a favore delle riforme".

Secondo l'opinione pubblica, tuttavia, gli economisti sono totalmente concordi nell'affermare che l'euro non possa funzionare.
"Perlomeno non nella forma attuale, su questo siamo tutti concordi. Ma anche solo per questa diagnosi, talvolta mi spaventa chi si appropria delle mie tesi. Anche secondo Marine Le Pen io criticherei l'Eurozona proprio come lei. Ma io la critico perché spero di spingere la politica a ripensare all'unione monetaria in modo da consentirne la sopravvivenza. La Le Pen, invece, desidera che l'intera UE fallisca".

Ritiene che le riforme da Lei suggerite siano impossibili?
"Le ritengo possibili, almeno dal punto di vista economico. La politica già parla di alcune cose, come l'unione bancaria o la garanzia comune sui depositi. Tuttavia, mi spaventano le tempistiche con cui si prendono le decisioni in Europa. La politica concorda su quello che va fatto, ma poi si blocca e perde tempo".

Tempo che l'Europa non ha più.
"Proprio questo è il punto. Una volta fatto il danno economico, non è più possibile tornare indietro. Per questo è fondamentale essere rapidi. Non è possibile riportare in vita aziende fallite. La politica non può permettersi di dire sempre che serve tempo e che bisogna agire in modo avveduto".

Ma Angela Merkel e gli altri capi di governo vogliono queste riforme?
"No, mancano di risolutezza. I politici affermano di sentirsi vincolati all'euro, ma poi non sono pronti ad avviare le riforme necessarie al funzionamento dell'unione monetaria".

La professione di fede del governo federale verso l'euro è pertanto solo un'ipocrisia?
"Quando parlo con i politici, sento sempre che considerano tutte questi aspetti da una prospettiva molto nazionale. Temperano le loro matite, fanno i calcoli e se una riforma costa molto al loro paese la loro risposta è no. Li comprendo, sono stati scelti dai loro connazionali e devono pertanto rappresentarne gli interessi, ma l'unione monetaria richiede una visione politica a lungo termine".

Quando parla di stati avari, si riferisce alla Germania?
"Sì, mi riferisco alla Germania, ma non solo. In conversazioni riservate, sento le stesse cose da altri paesi, dei quali pensavo fossero socialdemocratici. Ho sempre pensato che la solidarietà fosse scritta nel loro DNA. Constato oggi che lo è, ma solo all'interno dei loro confini nazionali".

Si riferisce ai paesi nordici?
"Sì. Anche in questi paesi la solidarietà arriva solo fino ai confini nazionali. È naturale che tendiamo a essere più solidali con i nostri vicini più prossimi di quanto non siamo rispetto a una grande comunità politica. Ma dobbiamo chiederci se l'Europa disponga di quel minimo di solidarietà politica necessaria per tenere insieme l'unione monetaria".

E ne ha a sufficienza?
"No, penso di no, ma vorrei che non fosse così".

Lei ha da poco redatto una perizia per un'infermiera irlandese, che richiede a VW un risarcimento a causa del Dieselgate, in cui certifica che la sua auto ha perso parte del suo valore. Era necessario un Premio Nobel per accertarlo?
"No, non toccava a me accertarlo: è abbastanza pacifico che il valore di mercato di un'auto ne risenta quando l'azienda mente ai propri clienti".

La signora è stata rappresentata in tribunale da un Suo amico. Non è pericoloso per la Sua reputazione che Lei si occupi di queste perizie di comodo?
"No, questi temi ambientali sono estremamente importanti ed è fondamentale che le aziende tengano una condotta socialmente responsabile. Questo episodio mi ha ricordato le frodi delle banche americane e internazionali, che hanno abbindolato i loro clienti in modo massiccio: questo comportamento mina il sistema capitalistico. Il capitalismo non può resistere a lungo se le aziende si comportano così".

Il comportamento delle banche è stato sottoposto a una revisione intensiva.
"Allora tutti pensavano che i banchieri avessero una determinata cultura che li spingesse a un simile comportamento. Ritengo che questo Dieselgate sia preoccupante perché si tratta di un caso tipicamente connesso alla cultura della nostra società e allo stato in cui versa il capitalismo".

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