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Il Piano Juncker non funziona, non crea indotto all'economia reale, si concentra su progetti che non creano valore aggiunto, non è sufficiente a contrastare la crisi in cui versano le PMI, crea un vuoto di trasparenza sui soldi che a pioggia vengono usati per tappare buchi e per dare copiose mance a un gruppetto di amici. Ora, finalmente, arriva uno studio indipendente di Counter Balance - una coalizione europea di organizzazioni non governative per lo sviluppo - che certifica nero su bianco tutti i difetti strutturali che il Movimento 5 Stelle denuncia.

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L'EFSI - comunemente detto Piano Juncker - è stato lo spartiacque che ha convinto il Parlamento europeo a volere Jean-Claude Juncker come presidente della Commissione. Grazie alla propaganda di questo "specchietto per le allodole", il Gruppo S&D (con a capo il vassallo del Partito Democratico Gianni Pittella) ha votato per la promozione di un impresentabile a presidente di una delle più importanti istituzioni comunitarie. Grazie all'EFSI, infatti, il PD ha rilanciato la figura di Juncker anche a livello nazionale, cercando di soffocare lo scandalo che lo travolse con LuxLeaks, il mostruoso sistema di evasione internazionale generato dalla "scatola vuota" del Lussemburgo. Accadde più di due anni fa, ne paghiamo le conseguenze ancora oggi.

La pietra tombale su questa telenovela è stata finalmente certificata con numeri alla mano. Lo studio parte con una forte critica alla concentrazione geografica dei progetti finanziati dal piano. La maggior parte, infatti, sono nel Regno Unito, mentre per i 13 nuovi Stati membri nemmeno le briciole: tutti insieme contano solo per il 12%. La beffa è che l'Italia, al secondo posto, ha registrato investimenti per progetti non sostenibili. Esattamente il contrario di quanto pubblicizzato dal PD a più riprese. Ricordate? Si parlava di efficienza energetica, ricerca e sviluppo, innovazione e PMI; parole utilizzate solo per cartelloni e locandine.

Alla BEI, la Banca Europea per gli Investimenti, è stata certificata la non addizionalità degli investimenti. Più dei 2/3 del fondo EFSI si è concentrato sui trasporti. Di questi, più del 54% nel settore del cosiddetto "high carbon", ovvero strade e aeroporti. Nulla di meno sostenibile. Parlando di energia, alle fossili è stato dedicato addirittura il 15% degli investimenti, mentre la ricerca&sviluppo ha intaccato Germania e Francia. Le PMI che più hanno privilegiato del fondo sono state invece quelle spagnole.

Su tutto domina una totale mancanza di trasparenza. Il "piano Juncker" rappresenta quindi un meccanismo d'ingegneria finanziaria basato sulla garanzia pubblica come incentivo alla privatizzazione delle infrastrutture e degli utili ad esse connesse. Tutto tramite la socializzazione delle perdite. Gli Stati membri forniscono i soldi a garanzia del fondo tramite il bilancio europeo. La Banca Europea degli Investimenti raccoglie, con questa garanzia, soldi dal mercato. Successivamente, assieme alla cricca composta da Commissione europea, banchieri, lobby e Governi, vengono scelti i progetti a cui destinare le risorse.

I Governi con maggiore sete di visibilità e propaganda (ogni riferimento è puramente casuale) possono mostrare lo scalpo della tanto sbandierata flessibilità pavoneggiandosi di grandi opere ad alto impatto, ma completamente inutili in termini di sviluppo sostenibile. Peccato che, per i contribuenti europei e soprattutto gli italiani, il procedimento sia molto più costoso e decisamente meno fruttifero rispetto a un investimento diretto dello Stato. Perché è evidente anche ad un bambino che, privatizzando i soldi pubblici, i ritorni non possono che essere verso i destinatari finali degli investimenti, e non verso la collettività.

Video archivio (giugno 2016). Marco Valli denuncia il Piano Juncker a Strasburgo:

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