700.000 iracheni in fuga da Mosul: Dov'è l'Europa?

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di Fabio Massimo Castaldo, Efdd - Movimento 5 Stelle Europa

Gli scudi umani, la battaglia casa per casa, migliaia di profughi che lasciano le proprie case. A Mosul si sta ripetendo l'orrore già visto ad Aleppo. Nella lotta all'Isis, l'Europa non deve ripetere gli errori già commessi in passato. Bisogna preparare una transizione pacifica da subito perché la storia recente insegna che in Iraq il difficile non è vincere la guerra, è non perdere la pace. Secondo le Nazioni Unite circa 700mila iracheni avranno bisogno di aiuti e assistenza immediati: bisogna impedire che queste persone diventino l'arma di ricatto di Erdogan verso l'Europa, così come già fatto con i rifugiati siriani.

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"È cominciata l'operazione che condurrà alla liberazione di Mosul dai jihadisti del Califfato. Finalmente, vorremmo dire, se non fosse che il disaccordo che finora l'ha impedita permane a tutt'oggi e dipinge un quadro a tinte fosche sul futuro dell'intero Medio Oriente.

All'influenza politica e militare di Teheran sul governo iracheno e alle condivisibili aspirazioni dei valorosi curdi all'autodeterminazione si aggiunge l'inaccettabile posizione del governo turco che ha dispiegato truppe sul suolo iracheno senza l'accordo di Baghdad, violandone quindi la sovranità. Le sibilline dichiarazioni di Erdogan inerenti le frontiere della Turchia fissate a Sèvres da rivedere, unite alla volontà di non essere spettatore nella riconquista, lasciano intendere una pericolosa volontà espansionistica che non possiamo ignorare. Come invece stiamo facendo con questa risoluzione, che infatti non solo non condanna, ma neanche menziona tali gravissimi fatti.

Restando in tema di silenzio pesa molto quello americano in vista delle presidenziali. Una rapida conquista di Mosul rappresenta senz'altro una vittoria importante da poter sbandierare a chiusura di campagna, ma non può essere conseguita a qualunque costo e se il prezzo è creare un corridoio agevole verso la Siria per i jihadisti con lo scopo di destabilizzarla ulteriormente e aggravare la situazione dei civili, noi, quel prezzo, non possiamo accettarlo. Le scelte dei player politici non possono, come troppo spesso accade, dimenticare le sofferenze dei civili.

Il nostro ruolo, come europei campioni degli aiuti umanitari, non è sufficiente, se non è accompagnato da una chiara visione sui destini dei territori liberati. Noi sosteniamo la creazione con un processo inclusivo di nuove province autonome per la Piana di Ninive, a Tal Afar, nel Sinjar e ovunque sia necessario per garantire sicurezza e democrazia alle minoranze nei propri territori ancestrali. Non accetteremo però che le ceneri e il petrolio di Mosul divengano oggetto di un vergognoso mercanteggiamento a tavolino sulla pelle dei suoi cittadini, perché Mosul alla fine cadrà e credo anche presto, la sproporzione delle forze in campo troppo grande. Sarebbe già potuta cadere da tempo se la discordia e gli egoismi contrapposti non albergassero le menti delle potenze coinvolte. La storia recente ci insegna che in Iraq il difficile non è vincere la guerra, il difficile è senz'altro il non perdere la pace".

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