Euro: la minaccia italiana

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spunti da Charles Gave, traduzione di Voci dall'Estero

Il grafico qui sotto vi racconta la storia economica recente dell'Italia in due parti, e cioè (i) dal marzo 1979 al marzo 1999, e (ii) dal marzo 1999 a oggi. L'Italia si è unita al Sistema Monetario Europeo nel 1979 con un tasso di cambio di 443 lire per marco tedesco, ma nel 1990, a causa delle frequenti svalutazioni, il cambio con la Germania era a 750 lire per marco tedesco. All'inizio degli anni '90, la Bundesbank stava supervisionando il sistema monetario tedesco recentemente unificato, e aveva alzato il tasso d'interesse reale al 7 percento con l'obiettivo di limitare l'inflazione. Nel settembre 1992 le tensioni nel sistema portarono la Gran Bretagna, la Svezia e l'Italia a uscire dal sistema monetario europeo, e di conseguenza a una nuova massiccia svalutazione, che ha portato la lira a 1250 sul marco tedesco. Questo ha portato però anche a un grande boom del turismo.

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Inoltre, dal 1979 al 1998 la produzione industriale italiana superava quella tedesca di oltre il 10 percento, mentre le azioni italiane crescevano più di quelle tedesche per oltre il 16 percento (questo indica che le imprese italiane avevano profitti maggiori, a parità di capitale investito, rispetto a quelle tedesche).

Poi è venuto l'euro. Nel 2003 è diventato chiaro che l'Italia aveva perso competitività e, di conseguenza, le azioni italiane sono calate, a confronto di quelle tedesche, del 65 percento, rovesciando così il rapporto che si era mantenuto per il precedente mezzo secolo, quando le azioni italiane superavano quelle tedesche in termini di dividendi. Allo stesso modo, dal 2003 la produzione industriale italiana è rimasta indietro rispetto a quella tedesca per oltre il 40 percento.

La diagnosi è semplicemente che l'Italia ha perso competitività in modo drammatico e di conseguenza è ormai insolvente. Tutto ciò è chiaro dalle condizioni pericolanti del sistema bancario, ed è sempre così che va a finire quando le banche prestano credito a imprese che sono state rese non competitive a causa di qualche incosciente banchiere centrale. A meno di imporre la schiavitù (sul modello della Grecia) in Italia, non ci sono molte speranze di risolvere il problema, ma dubito anche che l'elettorato italiano sarà così paziente come lo è stato il suo vicino dall'altra parte del Mar Ionio.

Di conseguenza, la relazione tra Italia e Germania è radicalmente diversa da quella che si era vista nel periodo 1945-1999, quando si poteva rientrare in equilibrio in modo naturale con il riallineamento del tasso di cambio. L'unica eventualità possibile, data la traiettoria attuale, è che l'economia italiana e quella tedesca continuino a divergere, ed è il motivo per il quale non si potrà avere una soluzione "normale".


spunti da Wolfgang Münchau, traduzione di Voci dall'Estero

Iniziamo con la divergenza nella performance economica tra Italia e Germania. Un metro di misura sono gli squilibri nel Target 2, il sistema di pagamenti dell'eurozona. Alla fine di novembre il livello di squilibrio ha raggiunto il punto più elevato dalla crisi dell'eurozona del 2012. Il surplus della Germania ammontava a 754 miliardi di euro, per contro l'Italia era in deficit per 359 miliardi di euro. Una parte dello squilibrio è legata al programma di quantitative easing della Banca Centrale Europea, e dunque è innocua. Ma il grosso dello squilibrio è dovuto a ciò che potrebbe essere descritto come una silenziosa corsa agli sportelli.

L'insostenibilità non implica necessariamente un'uscita. In teoria è possibile che la politica prevalga anche in maniera permanente sulle necessità economiche. Oppure è possibile che l'insostenibile venga ad un certo punto reso sostenibile. Affinché ciò avvenga, deve verificarsi almeno una di cinque condizioni.

La prima è che l'Italia e la Germania possano convergere. A tale scopo l'Italia dovrebbe intraprendere delle riforme economiche per riordinare il sistema giudiziario e la pubblica amministrazione, tagliare le tasse e investire in tecnologie che aumentino la produttività. La Germania dal canto suo dovrebbe impegnarsi in un maggiore deficit fiscale. Seconda opzione, i paesi dell'Europa del nord dovrebbero accettare di effettuare ampi trasferimenti fiscali verso il sud. Terzo, la UE potrebbe creare un'autorità politica federale che abbia il potere di raccogliere tasse e trasferire risorse dai redditi più alti verso quelli più bassi. Quarto, la BCE potrebbe trovare un modo per rinnovare all'infinito il debito italiano sia privato che pubblico. Quinto, il governo italiano potrebbe continuare a sostenere l'appartenenza all'eurozona all'infinito.

Anche una sola di queste cinque condizioni potrebbe essere sufficiente affinché l'italia resti membro della zona euro. Il problema è che ciascuna di queste prese singolarmente è estremamente improbabile. Non riuscirei a pensarne una sesta. Il destino dell'Italia nell'eurozona e la possibilità di una presidenza di Marine Le Pen in Francia sono due grosse minacce all'esistenza dell'eurozona e della UE. Se l'Italia vuole restare nell'euro, deve mandare alla Germania e agli altri paesi del nord dei segnali molto chiari sul fatto che l'eurozona è su un sentiero di autodistruzione a meno che non si cambino i parametri.

Il prossimo primo ministro italiano avrà il compito di spiegare al prossimo cancelliere tedesco, presumibilmente alla stessa Angela Merkel, che la scelta davanti alla quale si trova non è tra unione politica o no, ma tra unione politica o uscita dell'Italia dall'euro. La seconda opzione implicherebbe il più grande default della storia. Lo stesso sistema bancario tedesco rischierebbe di crollare, e la più grande economia europea perderebbe la competitività così duramente accumulata nel corso degli ultimi 15 anni.

Il fatto che una serie di primi ministri italiani, uno dopo l'altro, abbiano evitato questo necessario confronto e abbiano pensato che restare fuori dai radar rappresentasse una valida strategia è stato un fallimento storico.

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