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"Ci pisciano in testa e ci dicono che piove". Con questa colorita frase possono essere inquadrate le assurde dichiarazioni dell'impresentabile Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, secondo cui "alcuni giovani sarebbe meglio non averli in Italia". Assieme alla celebre frase sui "bamboccioni" segna di fatto lo scollamento totale che esiste tra l'attuale classe politica al Governo e i cittadini. Una lontananza che perdura da ormai tempo immemore, da quando nel lontano 2011 il bocconiano più celebre prese lo scranno di Palazzo Chigi imponendo misure lacrime e sangue imposte da Bruxelles. Da quell'esperienza sono poi partiti i vari Enrico Letta, i Matteo Renzi e oggi Paolo Gentiloni. Loro sono convinti che sia giusto così, e assieme a loro i vari ministri sempre così accondiscendenti con i voleri della Troika. La riforma del mercato del lavoro voluta da Giuliano Poletti segue il solco dello sfaldamento totale del tessuto sociale, ora ci sono i dati a dimostrarlo: quel +35% di utilizzo di voucher che grida vendetta. Sembra che solo ora si siano accorti del problema, un po' come quando la dimenticatissima Elsa Fornero si accorse che le sue riforme avevano generato migliaia di esodati. Ormai è chiaro anche fuori dai confini, tutti sanno che la linea di questo esecutivo parla di "precarizzazione" del mondo del lavoro per ottenere una svalutazione competitiva.

Con l'ultimo DEF, infatti, Pier Carlo Padoan si è impegnato a portare il deficit italiano dal 2.3% nel 2016 all'1.8% già nel 2017 e quindi allo 0.9% nel 2018. Ebbene, oggi sappiamo che non avverrà e che probabilmente Bruxelles farà valere le clausole di salvaguardia firmate dallo stesso Governo: da gennaio 2017 scatterà un aumento dell'IVA pari a 15 miliardi, ovvero lo 0.9% del PIL. Queste clausole non potranno essere cancellate senza prevedere misure compensative, come la svendita del patrimonio pubblico e il programma di privatizzazione delle aziende di proprietà dello Stato e delle società partecipate (Enel, FS, Enav, Poste Italiane, Fincantieri e molte altre); la probabile revisione o cancellazione delle detrazioni e delle agevolazioni fiscali promesse; o ancora la nuova "spending review" costituita da pesanti tagli lineari ai servizi e agli investimenti pubblici (quando lo stesso Ministro Padoan aveva affermato che non c'era rimasto più nulla da limare dopo i 25 miliardi di quest'anno), con conseguente ulteriore deterioramento dei servizi pubblici e probabili licenziamenti. Parliamo di tagli alle spese delle amministrazioni centrali, degli enti previdenziali, degli enti locali e regionali, tagli al reddito del pubblico impiego, di blocco alla contrattazione collettiva e un altro del "turn-over" che rimanderà ancora la stabilizzazione dei precari. Ora il quadro sulla precarizzazione è più chiaro?

La cosa principale di cui avremmo bisogno, gli investimenti pubblici, sono limitati al contributo del fantomatico "Fondo Juncker" (che porta il nome del presidente della Commissione stessa, noto per i suoi trascorsi lussemburghesi). Una calamita per attrarre investimenti naturalmente privati e a realizzare inutili opere infrastrutturali che non daranno alcun valore aggiunto né all'economia reale, né alla società. Il tutto a scapito di ciò che realmente servirebbe al Bel Paese per ripartire: investimenti in innovazione, ricerca e istruzione. Il Movimento 5 Stelle si presenterà alle prossime elezioni con un programma contenente le riforme volute da milioni di onesti: reddito di cittadinanza, piano energetico nazionale, piano per le PMI, piano anti-corruzione, una ri-pubblicizzazione di Banca d'Italia e la separazione del sistema bancario. Non andremo in ginocchio dinanzi ai lobbysti che governano l'Europa prendendo in giro gli italiani. Attueremo il programma votato dall'unica lobby che riconosciamo, quella dei cittadini.

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