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Gli assurdi vincoli europei che si mischiano con anni, decenni, di cattiva gestione della cosa pubblica da parte dei Governi italiani. Un mix esplosivo che oggi è sotto gli occhi di tutti e che analizza in modo scientifico Claudio Mario Grossi, professore alla facoltà di scienze bancarie all'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La sua analisi è lucida e coadiuvata da anni di studi e le sue soluzioni sono sia tecniche, sia politiche, come spesso accade quando si parla di economia e macroeconomia: "Dobbiamo eliminare i parametri imposti da Basilea 2,3 e 4; ridiscutere il Fiscal Compact e tutti gli assurdi vincoli europei; attuare in Italia una seria legge che regoli i pagamenti. Altrimenti i più grandi continueranno a mangiare le piccole e medie imprese".

Nell'intervista i temi sono tutti strettamente interconnessi tra loro, se volete farvi un'idea complessiva potrete comprendere il disegno e ciò che è successo in Italia dal 2007 in poi. Dopo aver esposto il problema del rischio default dal punto di vista tecnico, si evidenziano come le scelte politiche effettuate a livello europeo (con Governi sempre supini al volere comunitario) e nazionale influiscano prepotentemente con le nostre vite e con il nostro modello di economia.

IL PROBLEMA DEFAULT DAL PUNTO DI VISTA TECNICO
Rapporti banche/imprese. Perché si rischia il default pilotato?
"Il tutto nasce dal 2007, in tema di difficoltà e di crisi della relazione banca-impresa e anche di crisi delle condizioni di bilancio delle banche. Quando Basilea 2 impone per la prima volta la misurazione quantitativa delle probabilità di default delle imprese che hanno ottenuto credito dal sistema bancario. I modelli di rating si alimentano di alcuni principi fondamentali, uno è preoccupante ed è stato l'inizio di accadimenti molto delicati. Ad esempio dopo 90 giorni di debito scaduto (nel quale le banche devono fare rientrare l'azienda dal debito stesso) viene decretato lo stato di default".

Perché questi valori stanno distruggendo l'economia italiana?
"La cosa gravissima è che non è mai stato definito un modello di misurazione della capacità di credito delle aziende: quanto l'impresa sia degna di avere un affidamento. Questa mancanza fa sì che il rischio di default provochi un pessimo giudizio sull'azienda, obbligatorio a causa di questa assurda regola. È stato un disastro".

Cosa è successo dal 2012 in poi con l'asset quality review?
"È accaduta una sorta di inasprimento della normativa. L'AQR (asset quality review) nel 2012 e 2013 hanno imposto degli indicatori imbarazzanti. Le soglie di quegli indici sono state definite in un modo impossibile da ottenere nelle imprese medie italiane, sono incompatibili con la realtà italiana. Le imprese che sono definite in pessima salute sono bollate in modo errato, tutto questo non è vero".

LE RESPONSABILITÀ DEI GOVERNI
Quali sono le responsabilità dell'Italia e dei suoi Governi a livello nazionale?
"C'è un vero problema che dipende da noi, e fa si che siamo al 16% dei crediti non performanti mentre l'Europa è al 4,5%. Con la legge 192 entrata in vigore nel 2013 l'Italia aveva la straordinaria occasione di adeguarsi a quella che in Europa è considerata una questione di etica degli affari, con quella legge dovevamo metterci in ordine sui termini e i tempi di pagamento tra imprese private e tra privati e pubblica amministrazione. In Europa la media è 54 giorni, in Italia è a 90 giorni ma con il 32% dei pagamenti oltre i 200 giorni. Chi subisce i veri danni? Quelli che non hanno potere contrattuale, le PMI e i piccoli imprenditori. Quella norma è stata scritta in maniera talmente maldestra che evidentemente doveva coprire qualcuno".

Perché Confindustria non è mai intervenuta?
"Posso dirle una mia opinione. Questo va a vantaggio dei più forti, le lobby di chi ha potere contrattuale. Se le Confindustria avessero a cuore i loro figli più piccoli non li concerebbero così".

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