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di Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao e Rosa D'Amato; EFDD - M5S Europa

L'attuale modello di repressione al quale stiamo assistendo a Gaza ha raggiunto livelli drammatici che non possono essere più ignorati o giustificati dalla comunità internazionale. Nelle due giornate di protesta che si sono svolte nelle scorse settimane sono state uccise più di 30 persone, oltre alle circa 2 mila che erano già state ferite. L'esercito israeliano ha disposto tiratori scelti lungo il confine per sparare sui manifestanti che provavano a raggiungere la recinzione che protegge il confine: ma in realtà hanno aperto il fuoco su tutti, come testimoniato dalle drammatiche immagini che hanno fatto il giro del mondo.

La risposta dello Stato israeliano si è dimostrata del tutto sproporzionata di fronte alle manifestazioni di protesta. Troviamo sconcertante la giustificazione che hanno dato le autorità politiche e militari israeliane, secondo le quali alcuni dei feriti e deceduti erano membri di Hamas e che dunque costituissero un pericolo immediato per la sicurezza di Israele. Numerose ONG e gli esperti dell'ONU hanno ritenuto che non ci fossero minacce gravi all'incolumità delle forze di sicurezza israeliane: l'uso di munizioni letali al di fuori di situazioni di grave pericolo costituisce una grave violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.

Dobbiamo purtroppo constatare come la situazione della striscia di Gaza, sottoposta a blocco navale e marittimo da parte Israele e con 1,3 milioni di persone in stato di grave privazione materiale, economica e sanitaria, è un palese esempio di violazione dello Stato di diritto, certamente da parte di Hamas ma anche e soprattutto da chi si considera l'unica democrazia del Medio Oriente e che dunque dovrebbe rispettare, per esempio, la quarta convenzione di Ginevra per la protezione dei civili in tempo di guerra.

Parliamo dell'undicesimo anno di blocco nella striscia di Gaza e le condizioni di vita stanno raggiungendo livelli insostenibili. Il 47% delle famiglie soffre di insicurezza alimentare; il 97% dell'acqua corrente non è potabile; il 40% della popolazione è disoccupata. La striscia, secondo le Nazioni Unite, potrebbe diventare invivibile entro il 2020. Possiamo stupirci se migliaia di palestinesi hanno iniziato una protesta di massa ai confini con Israele?

In futuro le nuove generazioni, quando studieranno la storia, si chiederanno come è stato possibile che quasi due milioni di persone, per più di dieci anni, abbiano vissuto nella peggiore prigione a cielo aperto del mondo e ci giudicheranno: ci giudicheranno per il nostro silenzio e ci giudicheranno per non aver sospeso questo accordo. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: non possono bastare i pur condivisibili appelli dell'Alto rappresentante alla soluzione dei due Stati se poi non si fa nulla. Dobbiamo, come in Cisgiordania ad esempio, rivedere l'accordo di associazione UE-Israele qualora quest'ultimo perseveri nelle sue politiche espansionistiche e discriminatorie nei confronti dell'intero popolo palestinese.

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