SPECIALE CETA - Tutti gli studi d'impatto (parte 9)

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A cura di Dario Tamburrano e Tiziana Beghin, M5S Europa/EFDD


Pubblichiamo, a puntate, un approfondimento speciale dedicato al CETA.

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Nessuno sa quali saranno gli effetti del CETA sull'economia dell'UE. E' soltanto possibile avere un'idea del suo impatto attraverso l'uso di modelli. All'uso di modelli diversi corrispondono esiti diversi.

Gli studi richiesti e finanziati dalla Commissione Europea, basati sul modello CGE, prospettano un aumento del PIL europeo pari, nel migliore dei casi, allo 0,012% all'anno per sette anni: dopo di che il CETA esaurirebbe la sua spinta propulsiva sull'economia, costringendo nel frattempo 167.000 europei a cercarsi un nuovo lavoro.

Un approfondimento indipendente di quegli stessi studi tratteggia effetti collaterali indesiderabili (i "costi di aggiustamento") pari a circa la metà del massimo aumento atteso per il PIL.

Uno studio d'impatto del CETA indipendente, che utilizza il modello GPM, delinea invece un esito drammatico: diminuzione del PIL, disoccupazione, sistemi europei di sicurezza sociale in difficoltà, compressione dei salari. Sarebbe l'Italia ad incassare il colpo più duro.

Sebbene non basato sull'uso di un modello, infine, merita una citazione anche lo studio relativo al Land tedesco Nord Reno-Westfalia, perché suggerisce quanto sarebbero ampi gli effetti concreti del trattato su un ente locale.


Gli studi della Commissione Europea. Un aumento del PIL da prefisso telefonico internazionale

La Commissione Europea ha cominciato a negoziare il CETA nel 2009, dopo la pubblicazione di uno studio d'impatto effettuato congiuntamente al governo canadese e pubblicato nell'ottobre 2008. Si intitola "Assessing the costs and benefits of a closer EU-Canada economic partnership" ed é basato sul modello CGE, Computable General Equilibrium model.

Come conseguenza della liberalizzazione degli scambi bilaterali, lo studio tratteggia un aumento del commercio fra Canada ed UE che innescherebbe un aumento del PIL europeo pari allo 0,08% complessivo: in valore assoluto, 11,6 miliardi di euro.

La cifra non rappresenta una crescita annuale, ma una crescita una tantum distribuita in sette anni: l'arco di tempo che si stima necessario affinché il CETA dispieghi tutti i suoi effetti.

A conti fatti, si tratta dello 0,011% all'anno per sette anni, al termine dei quali l'esistenza del trattato non stimolerebbe ulteriore crescita economica. Lo 0,011% all'anno é una percentuale non distinguibile dalle oscillazioni macroeconomiche o da un errore di calcolo econometrico del modello usati per lo studio d'impatto.

Su "Assessing costs and benefits" si innesta un secondo studio di impatto, richiesto dalla Commissione Europea alla società di consulenza Development Solutions e pubblicato nel 2011. Si intitola "A trade SIA relating to negotiation of a comprehensive economic and trade agreement (CETA) between the EU and Canada". L'acronimo "SIA" del titolo sta per "Sustainablility Impact Assessment", valutazione di sostenibilità di impatto. E' anch'esso basato sul modello CGE.

Questo secondo studio tratteggia un aumento complessivo delle esportazioni UE verso il Canada compreso fra lo 0,5% e lo 0,7%; un aumento delle esportazioni canadesi verso l'UE compreso fra lo 0,54 e l'1,56%; sul lungo periodo, un aumento del PIL reale canadese compreso fra lo 0,18% e lo 0,36% ed un aumento del PIL reale UE compreso fra lo 0,02% e lo 0,03%. Nel migliore dei casi, circa 4 miliardi di euro.

Di nuovo, non si tratta di un aumento annuale del PIL ma di una crescita una tantum distribuita lungo l'arco di tempo necessario affinché il CETA esplichi i suoi effetti. Nell'ipotesi che servano sette anni, in ciascuno di questi sette anni il PIL dell'UE aumenterebbe dello 0,002-0,004% all'anno; di nuovo, una percentuale così bassa non é distinguibile da un errore di calcolo econometrico.

Se si scompone ulteriormente il dato, si ottiene un vantaggio complessivo massimo di 20 euro per cittadino europeo medio nell'arco di sette anni a partire dall'entrata in vigore del trattato.


Il modello CGE

Il modello CGE (Computable General Equilibrium) usato per gli studi della Commissione Europea consiste in un database che cerca di descrivere un'economia come somma di redditi, profitti, posti di lavoro e molti altri fattori: per farlo funzionare si prendono un'area e un anno già terminato come periodo di riferimento, si aggiustano tutti i parametri affinché il modello si calibri esattamente sull'economia dell'area presa in esame e poi si introducono gli elementi di novità di cui si vuole vedere il risultato futuro: nel caso del CETA, l'eliminazione di dazi doganali e di barriere non tariffarie. Si ottengono così le proiezioni a breve e a lungo periodo.

Il CGE è molto amato dalle istituzioni e dai governi perché è in grado di generare proprio il tipo di risultati che permette di sbandierare un (potenziale o presunto) successo: quale settore economico farà meglio, quali redditi aumenteranno.

Ma il CGE ha delle grosse lacune: in primo luogo dipende fortemente dai dati di cui si "nutre", che in alcune aree sono mancanti; in secondo luogo é basato su premesse che, se errate o volutamente alterate, possono falsare enormemente il risultato.

Infatti il CGE parte dal presupposto che il libero mercato e la perfetta concorrenza conducano al pieno incontro della domanda e dell'offerta, all'equilibrio del mercato e alla piena occupazione. In particolare, la perenne piena occupazione viene assunta come dato di fatto. Di conseguenza ogni previsione di lungo periodo sulla creazione di posti di lavoro attraverso il CETA, come quelle sbandierate dalla Commissione Europea, non è credibile perché basata su un modello che prevede che tutta la forza lavoro abbia sempre un lavoro.


167.000 posti di lavoro distrutti

Il modello usato per gli studi della Commissione Europea presume la piena occupazione perenne, ma ammette che il CETA indurrà un riassestamento dell'economia legato alla maggior concorrenza fra Canada ed UE: la crescita (seppure esigua) non sarà uniformemente distribuita; alcuni settori saranno particolarmente premiati ed altri, al contrario, si contrarranno addirittura.

Di conseguenza, é possibile calcolare quanti lavoratori impiegati nei settori economici penalizzati dal CETA si sposteranno verso i settori economici che più fioriranno. L'appendice di "A trade SIA" fornisce il numero sotto forma di percentuale della forza lavoro: lo 0,069%.

Significa che nell'UE 167.000 persone dovrebbero cercarsi un nuovo lavoro per effetto del CETA. Il modello CGE considera questi effetti collaterali negativi sul breve periodo come un piccolo male necessario per conseguire benefici maggiori a lungo periodo.


Gli effetti collaterali indesiderabili

Uno studio richiesto dalla Camera del Lavoro di Vienna ed intitolato "Assess CETA: assessing the claimed benefits of the EU-Canada trade agreement (CETA)" approfondisce gli effetti collaterali indesiderati che sono impliciti o accennati negli studi della Commissione Europea. Giunge alla conclusione che costo delle trasformazioni imposte dal CETA all'economia UE sarebbe pari a 5,5 miliardi di euro in 10 anni a fronte - è bene ricordarlo - di una crescita del PIL europeo che nel migliore dei casi si attesterebbe fra i 4 e gli 11,6 miliardi di euro.

"Assess CETA" parte da quei 167.000 lavoratori che dovrebbe cercarsi un nuovo impiego per effetto del CETA e disegna uno scenario - arbitrario e definito "ottimistico" dagli estensori dello studio - in cui i corrispondenti posti di lavoro vengono distrutti nell'arco di 10 anni e il 90% dei lavoratori rimasti disoccupati trova un nuovo lavoro dopo sei mesi, con uno stipendio uguale a quello precedente.

Sempre nell'arco di 10 anni e nell'intera UE, le casse pubbliche verrebbero private di 2,4 miliardi a causa di minori introiti fiscali e di maggiori spese per i sussidi di disoccupazione.

E poi, dice ancora "Assessing CETA", bisogna mettere in conto il mancato incasso delle tariffe doganali relative alle merci importate dal Canada: 3,3 miliardi (che in gran parte ora vengono riversati nel budget UE) nell'arco di dieci anni.

Sommando questa cifra ai 2,4 miliardi legati alla disoccupazione, si ottengono "costi di aggiustamento" complessivi pari ad oltre 5,5 miliardi di euro, sempre nell'arco di 10 anni.

Questi 5,5 miliardi rappresentano quasi la metà del massimo aumento del PIL europeo prospettato dagli studi di impatto della Commissione Europea.

Lo studio, inoltre, proietta gli effetti del CETA sull'occupazione attraverso un altro modello econometrico, l'OFSE Global Trade Model dell' Austrian Foundation for Development Research: si ottiene che l'effetto del trattato sarebbe sì positivo, ma assolutamente marginale. Nel migliore degli scenari possibili, l'occupazione nell'UE dovrebbe aumentare dello 0,018%, a fronte però di una diminuzione dei salari reali per i lavoratori meno qualificati pari allo 0,011%.


Disoccupazione e disuguaglianza. Lo studio indipendente

Gli economisti Pierre Kohler e Servaas Storm hanno proiettato gli effetti del CETA attraverso il modello GPM ("Global Policy Model", in italiano "modello globale di politica economica") che é stato sviluppato dalle Nazioni Unite.

Il loro studio si intitola "CETA whitout blinders", "CETA senza paraocchi". Tratteggia la compressione salariale, la disoccupazione e la crescita della disuguaglianza sociale come principali effetti del CETA. Il lavoro è stato curato da Jeronim Capaldo, ricercatore al Global Development and Environment Institute dell'Università Tufts di Boston ed autore di un famoso studio di impatto del TTIP.

Kohler e Storm proiettano i risultati del CETA sul periodo 2017-2023 in un contesto di perdurante austerità e di bassa crescita economica, soprattutto nell'UE. Partono dal presupposto che il CETA incrementi gli scambi fra Canada ed UE nella stessa misura in cui lo prevede uno degli studi della Commissione Europea, "Assessing the costs and benefits of a closer EU-Canada economic partnership" del 2008, e tratteggiano le differenze fra due scenari: 2017-2023 con CETA in vigore; 2017-2023 senza CETA.

Il CETA, concludono i due studiosi, porterebbe innanzitutto ad una considerevole perdita di posti di lavoro, stimati a 230 mila unità entro il 2023. Di essi, 200 mila solo nell'Unione Europea. Il numero non è molto lontano dai 167 mila posti di lavoro distrutti nell'UE che si ricavano dallo studio "A trade SIA" del 2011.

Anche il PIL dell'UE risentirebbe negativamente dell'entrata in vigore del CETA, in quanto la maggiore disoccupazione porterebbe a più pressione sul sistema sociale. Le perdite del welfare potrebbero impattare il PIL Europeo per uno 0,49%, con l'Italia a incassare il colpo più duro: -0,78%.

Nell'UE diminuirebbe la quota del reddito nazionale rappresentata dal reddito da occupazione (salari e stipendi): significa riduzione dei consumi e (di nuovo) aumento delle tensioni sociali. Simmetricamente, sempre nell'UE, è prospettato un aumento della quota del reddito nazionale rappresentata dai profitti e dalle rendite.

In altri termini, avverrebbe un trasferimento di reddito dal lavoro al capitale. Le quote di reddito assegnate al capitale dovrebbero aumentare dello 0,66% in Europa e dell'1,76% in Canada.

Il CETA - tratteggia ancora lo studio - porterà infine a una compressione dei salari, più pronunciata in Paesi ad alto tasso di disoccupazione come Francia e Italia, che si può complessivamente stimare, secondo i ricercatori, tra i 316 e i 1.331 euro all'anno. I governi europei rischierebbero così di veder crescere il deficit: meno reddito da lavoro significa infatti meno entrate nelle casse pubbliche sotto forma di tasse.


Il modello GPM

Se il modello CGE usato per gli studi della Commissione Europea presuppone che il libero mercato e la perfetta concorrenza conducano al pieno incontro della domanda e dell'offerta, all'equilibrio del mercato e alla piena occupazione, il Global Policy Model usato per il "CETA senza paraocchi":

- descrive le variazioni dell'occupazione legate alle variazioni del PIL tenendo conto che esse sono diverse a seconda degli scenari storici
- dà conto delle interazioni economiche tra tutte le regioni del mondo
- parte dal presupposto che il livello dell'attività economica è guidato dalla domanda aggregata e non dall'efficienza produttiva
- parte dal presupposto che i cambiamenti nella distribuzione del reddito contribuiscono a determinare il livello di attività economica
- è ispirato a teorie economiche keynesiane: esse considerano il fatto che talvolta la domanda di beni e servizi non é sufficiente per garantire la piena occupazione e prevedono quindi la necessità di un intervento dello Stato nell'economia a sostegno della domanda.

Il caso del Nord Reno-Westfalia. Gli effetti concreti del trattato su un ente locale

Primi effetti del CETA su un'amministrazione locale: addio alla pianificazione pubblica dell'assistenza ospedaliera e alle clausole "sociali" degli appalti pubblici. Le ricadute concrete del trattato sono state studiate solo sul Land tedesco del Nord Reno-Westfalia: un ente locale paragonabile ad una Regione italiana ma con maggiore autonomia, dal momento che la Germania é una repubblica federale. L'ampiezza di queste ricadute é indicativa dei vincoli che il trattato porrebbe alle scelte politiche di un Comune o di una Regione, anche se con ovvie variazioni legate alle normative in vigore ed alle diverse competenze degli enti.

Lo studio sul Nord Reno Westfalia é stato commissionato dalla delegazione al Parlamento Europeo di Die Linke (una forza politica tedesca di sinistra) al giornalista freelance Thomas Fritz). Riguarda gli effetti sia del CETA sia del TTIP, il trattato "fratello" del CETA in corso di negoziazione fra UE ed USA. Si intitola "CETA und TTIP an Rhein und Ruhr" ed é disponibile soltanto in tedesco.

A seguire, il riassunto degli effetti attribuibili al solo CETA sul Land Nord Reno-Westfalia:

- sanità. I piani di gestione ospedaliera del Land sarebbero in conflitto con gli obblighi dei Governi in materia di attività economiche e diventerebbero barriere che impedirebbero l'accesso al mercato degli investitori canadesi. I piani di gestione definiscono il numero dei posti letto, le qualifiche del personale, il rapporto numerico fra assistiti ed addetti alle cure. Gli operatori canadesi potrebbero dunque far ricorso contro i piani di gestione appellandosi alla clausola ISDS-ICS contenuta nel trattato.

- appalti pubblici. Il CETA di fatto rottamerebbe i vincoli "sociali" e sindacali contenuti nel contratto collettivo appalti pubblici del Nord Reno Westfalia, dal momento che il trattato impedisce di istituire una corsia preferenziale per gli operatori locali ed impone di aprire alle aziende canadesi gli appalti banditi dagli enti locali per servizi, rifiuti, trasporti, costruzioni, eccetera al di sopra di determinati importi. Il contratto ora impegna le aziende a rispettare - fra l'altro - il minimo salariale istituito dal Land (8,5 euro all'ora) sia per i dipendenti stabili sia per gli interinali.

- fracking. Col CETA, un'azienda canadese (o con una sussidiaria canadese) sarebbe in grado di usare la clausola ISDS-ICS contro la moratoria all'estrazione di gas mediante fracking istituita dal Land nel 2011. Il 60% circa del Nord Reno-Westfalia é interessato da permessi per la ricerca (non per l'estrazione) di gas. Le aziende ritengono che sia estraibile mediante fracking

- titoli finanziari tossici ed enti locali. Vietato vietare le rischiose speculazioni finanziarie ai Comuni. Una legislazione restrittiva in proposito (come quella adottata dal Land di Hesse) diventerebbe una violazione del CETA. Data la sempre più ridotta disponibilità di finanziamenti pubblici, vari Comuni tedeschi hanno cercato una boccata d'ossigeno attraverso il mercato dei capitali a rischio: e sono andati incontro ad esiti disastrosi. Si può aggiungere che il problema riguarda molti enti locali italiani.

Fin qui gli effetti sul Land Nord Reno-Westfalia ascrivibili esclusivamente al CETA. "CETA und TTIP an Rhein und Ruhr" prende in considerazione anche gli effetti del TTIP in corso di negoziazione fra UE e USA. Ad esempio, potrebbero essere una violazione del TTIP le decisioni delle città di Colonia e Düsseldorf di porre dei limiti ad Uber e Airbnb (due società statunitensi) al fine di salvaguardare, rispettivamente, i tassisti e gli albergatori. Nello stesso modo, diventerebbe veramente arduo negare alla E.ON (che ha capitale anche statunitense) il permesso per costruire una nuova centrale a carbone.

Tuttavia se Uber, Airbnb ed E.ON - anzichè statunitensi - fossero canadesi, il CETA imporrebbe alle amministrazioni locali vincoli in tutto e per tutto simili; simmetricamente, il TTIP avrebbe ricadute analoghe a quelle del CETA su piani sanitari, appalti pubblici, moratoria al fracking, normativa relativa a speculazioni finanziarie ed enti locali.


(continua...)


Testo estratto dal wiki CETA di Dario Tamburrano e Tiziana Beghin.


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