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intervento di Marco Zullo, Efdd - Movimento 5 Stelle Europa, durante l'inaugurazione della 12ma edizione del Salone del Gusto di Torino.


"Per capire la riforma della Politica Agricola Comune che l'Unione europea sta discutendo non possiamo non partire dal contesto politico attuale che sta influenzando i processi decisionali. Oggi c'è molto timore a livello europeo su come andranno le prossime elezioni perché sono in campo molte forze politiche che puntano ad una politica più nazionale che europea. Questo fa paura. E questa paura viene affrontata con un processo troppo frettoloso.

Oggi al Parlamento europeo si lotta contro il tempo per chiudere il maggior numero di norme per il timore che con la prossima legislatura prendano delle pieghe diverse. Anche la PAC rientra in queste dinamiche. La riforma in discussione oggi è molto impattante perché mette in discussione un sistema a cui siamo abituati, nel bene e nel male. Un sistema che va migliorato perché non dobbiamo perder di vista le esigenze degli agricoltori e tutto quello che non funziona.

Gli agricoltori chiedono meno burocrazia, più flessibilità nelle proprie azioni, quindi non essere così concentrati sul rispetto di alcuni parametri indipendentemente poi dagli obiettivi e dai risultati ottenuti. Su questo la proposta della riforma è apprezzabile però la stiamo facendo nel momento sbagliato. Tuttavia, è molto alta la probabilità che non riusciremmo ad arrivare a qualcosa di concreto visti i tempi stretti. Allora forse meriterebbe investire maggior tempo nella discussione ora per capire quali siano le esigenze che devono essere affrontate e risolte, e anche quali siano i problemi che una riforma fatta in questo modo potrebbe andare invece ad accentuare.

Il Commissario europeo all'Agricoltura Hogan continua a ripetere in modo molto insistente che questa riforma non andrà ad alimentare dei meccanismi di rinazionalizzazione dei piani agricoli nazionali. Il Parlamento europeo teme invece il contrario, soprattutto perché quando si dà allo stesso ente il compito di definire degli obiettivi e anche di misurarli il rischio di un conflitto di interesse che per raggiungere dei risultati immediati a favore della propria nazione, quindi non in un sistema di bene comune a livello europeo, è alto. E sappiamo che gli strumenti che l'Europa ha per mettere dei correttivi a queste dinamiche sono lenti. Per esempio se ci riferiamo alle clausole di salvaguardia relative all'import nel mercato unico, tra l'analisi e la messa in atto delle azioni può trascorrere anche un anno, che è un tempo lunghissimo in un mercato che cambia mese dopo mese. 

Dobbiamo tenere conto della realtà. Agire frettolosamente rischia di dare la possibilità ad alcuni Stati membri di applicare delle politiche aggressive che di fatto poi si trasformano in politiche di concorrenza sleale. Noi queste dinamiche di fatto oggi già le viviamo quando, per esempio, parliamo di distribuzione dei fondi europei. Non in tutti gli Stati europei questi fondi vengono utilizzati allo stesso modo, perché c'è una certa discrezionalità e questo fa la differenza. Allora dobbiamo agire sull'identità europea. Sembra un discorso lontano ma di fatto è quello che fa la differenza.

Oggi stiamo discutendo al Parlamento Europeo una direttiva quadro contro le pratiche sleali nella filiera agroalimentare, quindi tutte quelle pratiche che di fatto soffocano soprattutto i piccoli imprenditori perché le regole vengono messe sul tavolo solo dalla grande distribuzione. Questo è uno strumento normativo importante. Uno strumento che metterà un po' di ordine nel mercato. L'altro fronte su cui bisogna agire è quello della educazione. Educazione che significa anche chiarezza degli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Stavo discutendo con degli imprenditori, si parlava di caffè. In Italia il caffè viene considerato un prodotto italiano, penso che nessuno metterebbe in dubbio questa affermazione, ma il caffè noi non lo produciamo, noi lo lavoriamo, quindi siamo specializzati nella trasformazione di quel prodotto data la materia prima. Cosa diversa invece se parliamo di pasta, di farine. Siamo anche produttori di materie prime. Però di fatto, a livello di mercato si crea una grande confusione perché ci sono diverse spinte. Quando parliamo di Made In di cosa stiamo parlando? Del caffè o del grano? E questo poi ha una influenza quando allarghiamo il discorso, per esempio, ai trattati commerciali. Che cosa vogliamo importare quando andiamo a definire i trattati commerciali? Materia prima di qualità, e qui potremmo aprire un altro capitolo, per trasformarla, oppure vogliamo attuare delle politiche che vadano a tutelare la nostra capacità di produrre materia prima. L'Europa non ha ancora le idee chiare, o meglio ci sono diverse spinte contraddittorie il cui risultato è che non sappiamo bene che cosa fare. Questa confusione penalizza il mercato.

In questa dinamica di globalizzazione, l'Europa non si può più permettere di non decidere e avere una idea chiara rispetto questa tematica. Nel bene e nel male, decidiamo di essere trasformatori? Faremo una politica per i trasformatori. Decidiamo di essere produttori? Faremo una politica per i produttori.

Io credo che noi dovremmo puntare a produrre, perché la qualità e la varietà di quello che l'Europa può fare, e il sistema Italia in particolare, ci è invidiato in questo momento. E questo può essere un vantaggio competitivo, anche dal punto di vista economico, quindi di benessere, che deve essere valorizzato. Per arrivare a questo serve una politica agricola comune, sì flessibile, sì che non sia opprimente, ma che, definiti gli obiettivi, si applichi in maniera rigorosa, e nella riforma proposta dal Commissario questo rigore purtroppo non lo vedo".

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