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traduzione dell'editoriale di Kenan Malik, pubblicato sul The Guardian

Trattative con i funzionari dell'Unione europea in stallo; ministri che arrivano a Bruxelles per negoziati dell'ultima ora; avvertimenti su calamità economiche e agitazioni popolari.

No, non stiamo parlando di Brexit, ma dell'altra crisi europea, che sembra essere stata momentaneamente dimenticata da tutti: quella dovuta allo scontro tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano.

Il governo italiano, guidato da Lega e Movimento 5 Stelle, ha presentato a ottobre un progetto di bilancio, comprensivo di molti degli impegni elettorali delle parti, tra cui il reddito di cittadinanza. Il bilancio avrebbe portato il disavanzo dell'Italia al 2,4% del Pil, superiore a quello previsto dal precedente governo, ma comunque inferiore al limite del 3% previsto dall'Unione.

Nonostante ciò la Commissione europea, per la prima volta in assoluto, ha deciso di respingere il budget per infrazione delle regole fiscali. La previsione di crescita di Roma, secondo l'esecutivo comunitario, sarebbe troppo ottimista e il rapporto deficit/Pil reale supererebbe il 3%.

L'Italia è stata minacciata di sanzioni e la scorsa settimana il governo gialloverde ha ceduto, presentando un nuovo progetto di budget più austero. Ora resta da capire se ciò sia sufficiente per placare la Commissione europea.

Il vero problema dell'Italia non è il deficit, bensì il debito pubblico, il quale ora si attesta a 2.600 miliardi di euro, circa il 133% del Pil, secondo solo alla Grecia nell'Eurozona. Nel caso in cui l'Italia fallisse, il già precario sistema finanziario europeo potrebbe cedere: ecco perché la Commissione Ue preme affinché Roma si muova verso il pareggio di bilancio.

In Gran Bretagna una simile strategia è stata perseguita dai Tories, portando alla lacerazione del tessuto sociale della nazione. In Italia, dove un terzo dei giovani non ha un lavoro e oltre 5 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà, l'impatto potrebbe essere catastrofico.

Non si tratta soltanto di una questione economica, ma anche politica, che solleva interrogativi riguardo al concetto di democrazia. Quello che si sta dicendo a Bruxelles, in effetti, sembra questo: "Non ci interessa cosa ha votato il popolo italiano, la democrazia conta meno delle nostre regole fiscali". Ciò non è solo antidemocratico, ma anche politicamente pericoloso.

Il governo di coalizione attualmente presente in Italia è in parte conseguenza della risposta dell'Unione europea alla crisi italiana del debito del 2011. L'Ue ha infatti chiesto al Parlamento italiano di applicare una politica di austerity, imponendo circa 6 miliardi di euro di tagli. L'allora premier Silvio Berlusconi ha dovuto rassegnare le dimissioni, venendo rimpiazzato da un tecnico, Mario Monti, che ha messo in atto il programma di austerità. Successivamente, è emerso come l'Unione europea avesse pianificato già da mesi la sostituzione di Berlusconi con Monti.

Alle elezioni indette due anni dopo, la "sospensione" momentanea della democrazia e le conseguenze dell'austerità hanno portato a spazzare via il governo Monti; nell'occasione, il Movimento 5 Stelle ha conosciuto il suo primo successo elettorale. Cinque anni dopo, alle elezioni di marzo 2018, la rabbia popolare ha portato alla nascita del governo guidato da M5S e Lega. Oggi, la Lega è il primo partito in Italia. Sembrerebbe però che l'Ue non abbia imparato niente da questa storia.

La differenza tra il trattamento riservato all'Italia e quello previsto per la Francia da parte dell'Ue è rivelatore. A partire dal 2008, fino all'anno scorso, la Francia ha violato la regola del deficit tutti gli anni. La recente messa alle strette di Emmanuel Macron da parte dei gilet gialli, che lo ha portato a promettere di aumentare il salario minimo e di annullare gli aumenti delle tasse per i pensionati a basso reddito, rende molto probabile che la Francia violi di nuovo la regola del 3% l'anno prossimo.

Già nel 2003, la Corte di giustizia europea aveva stabilito che i ministri delle finanze dell'Ue fossero stati negligenti nei confronti delle infrazioni continue delle regole dell'Eurozona da parte di Francia e Germania. Quindici anni dopo, questi due grandi Paesi rimangono ancora liberi di calpestare le regole, mentre le nazioni più piccole (ma anche quelle "grandi" come l'Italia) devono subire le imposizioni Ue.

Il governo italiano si è reso fautore molte politiche criticabili, tra cui quelle nei confronti dei migranti promosse dal ministro dell'Interno nonché leader leghista Matteo Salvini. Le politiche economiche del MS5, pur non potendo essere considerate utopistiche come sostiene il partito stesso, sono comunque le più progressiste della coalizione. Allora, qual è la risposta dell'Unione? Accetta senza batter ciglio le politiche nei confronti dei migranti, ma non approva un pacchetto economico che ha come scopo quello di diminuire il peso sulle spalle dei più poveri.

Nel 2013 Monti, nel corso di un incontro con i vertici dell'Ue, sottolineò come "Il sostegno pubblico nei confronti dell'Unione europea è in drammatico declino". Per contrastare "l'ondata crescente di populismo e la mancanza di fiducia nei confronti dell'Unione europea", l'Ue deve iniziare "ad ascoltare le preoccupazioni delle persone". L'Unione, allora, non ascoltò. Oggi, continua a non ascoltare.

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